L'opera di Simone Geraci si distingue per la capacità di esplorare l'umanità nella sua essenza più introspettiva, offrendo uno sguardo delicato e profondo sull'interiorità dell'uomo. Nelle sue tele, il confine tra reale e immaginario si dissolve, in un gioco di rimandi tra presenza fisica e dimensione concettuale. L’immagine stessa si fa reale e nello stesso momento si sublima con il paesaggio, creando una fusione tra corpo e ambiente, tra pensiero e spazio, che trasforma l'opera in un'esperienza immersiva. È questa la lettura di una poetica dove ogni elemento sembra convivere in una dimensione sospesa tra il tangibile e l'intangibile.
Le sue opere instaurano un dialogo con il paesaggio, non inteso come mero sfondo, ma come spazio vivo e pulsante, all'interno del quale le figure sembrano trovare una dimensione di sospensione e contemplazione. Questi corpi appaiono spesso inermi, immersi in un'atmosfera rarefatta e vibrante, dove il tempo sembra dilatarsi e l’attesa diventa un elemento centrale della narrazione visiva. Uno degli aspetti più peculiari del lavoro dell’artista è la capacità di far interagire le sue figure con il vuoto e lo spazio pittorico, creando immagini cariche di una tensione duale, dove le materie e le tecniche pittoriche e grafiche utilizzate da oggetto diventano soggetto dell’opera d’arte.
Le sue opere sembrano sospese tra la quiete e il mutamento, in un equilibrio delicato che invita lo spettatore a riflettere sul trascorrere del tempo, sull’attesa e sulla trasformazione e l’interazione del paesaggio.
Il lavoro di Geraci assume spesso la forma di racconti poetici, in cui ogni elemento dialoga con gli altri in un sistema di rimandi sottili. Le sue figure sembrano distanti dal mondo materiale, quasi scollegate dalla realtà, ma allo stesso tempo sono intimamente chiuse con lo spazio che le circonda, in un costante scambio di significati. È proprio in questo dialogo tra le figure e lo spazio che emerge la forza poetica del suo linguaggio visivo, capace di evocare sentimenti di nostalgia, attesa, mutamento e introspezione. Per Simone Geraci vale l’equazione il corpo sta al paesaggio, come il paesaggio sta al corpo. Simone Geraci, dunque, non è solo un pittore di figure, ma un artista capace di creare universi sensibili e meditativi, dove ogni elemento – il paesaggio, il vuoto, il tempo – si intreccia in un complesso gioco simbolico, invitando lo spettatore a perdersi e ritrovarsi.
Una ricerca che lega tradizione e modernità, dove elementi opposti si attraggono e si respingono, e l’immagine del corpo viene esaltata attraverso l’utilizzo di una tecnica rigorosa. Si genera così in ogni lavoro un legame imprescindibile, dove ogni singola storia diventa un tassello di un unico racconto ideale che lega ogni singola opera.
Le opere di Simone Geraci si sviluppano come racconti lirici, fatti di silenzi e sguardi interiori, in cui lo spazio stesso diventa protagonista attraverso “quell’aria” pittorica che avvolge l’intera scena. Ogni sua opera diventa un frammento di un racconto poetico, dove lo spettatore è spinto a confrontarsi con le proprie riflessioni intime, facendo esperienza di una visione che è insieme reale e sublimata, concreta e astratta. In questo gioco tra presenza e assenza, Simone genera uno spazio di esplorazione esistenziale, in cui l’immagine si fa riflesso della condizione umana, sospesa tra paesaggio e narrazione.
Roberto Sottile
La stagione che tarda ad arrivare, a cura di Francesco Ciaffi e ROberto Sottile, Edarcom Europa, Roma. 2024
C’è qualcosa di scientifico nella fantasia di Simone Geraci. Un senso rigoroso e puntuale di prospettiva, un’astrazione ‘monocolore’, per uno spazio in cui la memoria rappresenta la terza dimensione.
Ci conduce agilmente in un’atmosfera confortevole, in cui le variabili sono apparentemente ridotte al minimo, un ambito tanto elementare della rappresentazione che l’elaborazione del pensiero paventa un inganno.
In sostanza, cos’altro ci sarebbe da dire se non: ‘dipinge tutto di blu’, o di questa candida Terra di Siena, poi impagina un ritratto femminile tra alcune geometrie a contrasto di tono? Ma le opere di Simone Geraci sono più sofisticate di una rozza suggestione materica o illustrativa, sono ben più vere dell’ennesima storiella meta-concettuale, sono pittura emozionante anche per chi è dotato di sensibilità ruvida. Perché hanno la forza primitiva del colore, sapientemente scelto a rappresentarli tutti, senza doverli esprimere uno per uno. Perché sono più vere dell’eccesso e più intime dell’oblio.
Simone Geraci non è quell’uomo gentile e simpatico che appare, è invece un insospettabile scienziato della pittura contemporanea. È una personalità ancora più vera perché dipinge per necessità interiore e per amore espressivo, non tanto perché è capace quanto perché è possibile. Direi che la conclusione di un’opera, per Geraci, è come un bel tramonto: emozionante, vero, irripetibile eppure solo la conclusione ‘naturale’ di una singola giornata, a cui seguirà un’altra e un’altra ancora. Simone non è solo un gran lavoratore, rigoroso e stacanovista, ha una visione che va oltre la singola opera (non scontata per tanti altri artisti), perché il centro di gravità del proprio linguaggio è il proprio lavoro. Intendo che, se per certi autori alcune specifiche opere diventano termometri dello stato della propria ricerca, per Geraci invece esiste un inimmaginabile distacco dalle proprie opere, cosa che gli permette di guardare oltre e occuparsi di un linguaggio, o anche solo di un nuovo ciclo. Cosa che gli permette, inoltre, di essere indipendente dalle proprie creazioni, di guardare in modo imparziale al proprio lavoro. Riconosco in queste caratteristiche, che ho definito ‘scientifiche’ per la capacità di autovalutazione, i riferimenti di una grande pittore.
Nelle opere più recenti vedo un’ulteriore articolazione della scena, uno sviluppo rispetto alle opere a fondo blu, quelle per cui avevo parlato di: ‘scatole di colore’.
Quelle geometrie fluttuanti fatte di velature e diversi toni di colore, oggi sono in buona parte sostituite dalla superficie ‘primitiva’ della lavagna. Un materiale, anche qui, antico e povero, che Simone Geraci ha tradotto in scenografia storica e piano alternativo alla figura. Oltre ad essere una superficie ricca di belle imperfezioni, ha conferito struttura e raffinata tessitura al dialogo con le figure. Così accade che le figure abbiano potuto riacquisire, dal ciclo dei blu ad oggi, una sembianza più terrena.
Allo stesso tempo le figure sono state incastonate tra porzioni di pietra dura; dove le ombre, ad esempio, avrebbero soltanto velato, oggi la pietra di lavagna sembra aver logorato l’immagine. È questa strana viratura, della funzione della pittura di fondo, che mi intriga in queste opere più recenti. La soluzione di un supporto che oltre a conferire fisicità ai corpi dipinti, li lacera come sciolti dal sole su una pietra millenaria. A mio parere si tratta di una soluzione geniale di dialogo, del supporto col concetto del soggetto ‘figura’, che si manifesta coscienza nel momento in cui si appropria e sostituisce le ombre o uno degli strati della scena.
Oggi forse non parlerei più di ‘scatole di colore’, piuttosto di ‘profondità dell’assenza’, perché dove prima c’era una geometria di toni, oggi c’è una specie di volume di tempo, che entra in risonanza con i corpi dipinti.
Antionio Sarnari
Terza dimensione, Curva Pura, Roma.
Simone Geraci è il primo artista chiamato a raccontare, attraverso i suoi lavori, un momento storico che sarà sicuramente ricordato dai posteri.
L’artista palermitano si è sempre contraddistinto da una ricerca focalizzata nella commistione tra figurazione e materia. La materia intesa come un supporto che collabora attivamente alla ricerca dell’espressione desiderata.
Le opere di Geraci sono abitate da figure che hanno vita in uno spazio indefinito ma prepotentemente presente. Sostanziale è, a mio avviso, come l’artista si soffermi ad analizzare il rapporto tra cromia e spazio con una metodologia che rievoca quella della “ Pittura-Pittura” che negli anni Settanta, in Italia, non è stata considerata a pieno titolo dalla critica militante, impegnata a recensire altri movimenti che apparivano più provocatori e contestatori rispetto agli eventi culturali paralleli. L’unica differenza è che gli artisti appartenenti alla Pittura Analitica non hanno mai inserito un elemento figurativo nelle loro ricerche.
Il fare consapevole di Geraci è definibile come sperimentale ma non anarchico, legato a una tradizione ma non accademico, un linguaggio che analizza lo stato prenatale della pittura.
L’artista argomenta lo spazio con un approccio resiliente, l’elemento figurativo è chiamato a trovare una collocazione. Le figure reagiscono di fronte a una ricerca pittorica che mira al risultato della pittura stessa, il risultato della pittura in quanto tale.
In modo particolare in questa serie, scelta per il progetto Quarantine, il rapporto tra figura, spazio e monocromia è ancora più estremizzato. Si nota come le figure risultino costituite da vuoti che diventano pieni e viceversa. Un’allusione alla riconfigurazione del corpo in una nuova concezione di spazio che tutti abbiamo dovuto affrontare con il lockdown.
Le opere riconducono il fruitore al desiderio di presenza che ci ha pervaso durante l’assenza. Corpi che evidenziano il vuoto fisico che si crea tramite le nostre distanze ma che allo stesso tempo diventa tangibile perché non possiamo far finta che nulla sia mai accaduto.
Simone Geraci is the first artist called to tell, through his works, a historical moment that will surely be remembered by posterity. The Palermitan artist has always distinguished himself by a research focused on the mixture of figuration and matter.
Matter intended as a support that actively collaborates in the search for the desired expression.
Geraci’s works are inhabited by figures who have life in an indefinite but overwhelmingly present space.
Substantial is, in my opinion, how the artist pauses to analyze the relationship between color and space with a methodology that recalls that of “Painting-Painting” which in the seventies, in Italy, was not fully considered by critics as militant, committed to reviewing other movements that appeared more provocative and contesting than parallel cultural events. The only difference is that the artists belonging to Analytical Painting have never included a figurative element in their research.
Geraci’s conscious doing can be defined as experimental but not anarchist, tied to a tradition but not academic, a language that analyzes the prenatal state of painting.
The artist argues for space with a resilient approach, the figurative element is called to find a location. The figures react to a pictorial research that aims at the result of painting itself, the result of painting as such.
In a particular way in this series, chosen for the quarantine project, the relationship between figure, space and monochrome is even more extreme.
Note how the figures are made up of voids that become full and vice versa. An allusion to the reconfiguration of the body in a new conception of space that we all had to face with the lockdown.
The works bring the user back to the desire for presence that pervaded us during our absence. Bodies that highlight the physical void that is created through our distances but which at the same time becomes tangible because we cannot pretend that nothing has ever happened.
Carla Ricevuto
Quarantine | Simone Geraci, Art Now After Hours , New York.
Il Silenzio nel percorso e nella ricerca di Simone Geraci è uno “status” che supera l’idea stessa di silenzio inteso come momento enigmatico, di indecisione o turbamento che sta per compiersi. Il corpo femminile nella sue essenza più poetica ma anche nella sua consistenza più tangibile è al centro delle sua visione.
La Seconda Stanza ospita delle opere che hanno una consapevolezza concreta, che risiede nell’animo dell’artista, nei suoi studi, nei sui tempi, che sono i tempi della pittura, del disegno e dell’incisione.
Simone rielabora questa tradizione riuscendo a conservare in ogni singolo lavoro la delicatezza di una “ritualità” antica che si ripete, in gesti e attese, che seppur mediate da elementi contemporanei, ne conserva tutti i ricordi e il gusto, di una pittura raffinata e dell’utilizzo di una cromia sempre in equilibrio con i corpi “immersi” che emergono dalla materia.
Un processo creativo quello di Simone che invade la seconda stanza con tre opere che sono il risultato di una costante elaborazione non solo dell’immagine femminile, in particolar modo del volto, ma anche dello studio dell’utilizzo dell’ardesia, che diventa supporto, materia concreta dove i ritratti di Simone trovano casa. Un gioco di elementi, che si sommano, e si sottraggono l’uno nella forza espressiva dell’altro.
L’immagine che non perde mai la squisitezza “classica” e l’ardesia nuda, lasciata a vista, che diventa argine dell’immagine. Un dialogo silenzioso tra la ragione interpretativa figurativa e il “dramma” concettuale della materia priva di superfetazioni pittoriche ma carica di significati teorici necessari per la costruzione della scena come nell’opera In una notte dove il volto dormiente è adagiato tra due lembi di ardesia che diventa un metaforico contenitore dei pensieri, dei desideri, dei sogni e speranze di questa donna che si porta nei lineamenti del volto tutta la dignità del riposo.
Dello stesso registro narrativo è l’opera Oltre dove il volto della donna è adagiato di lato sull’ardesia, gli occhi sono aperti ma l’espressione che concede Simone allo sguardo, induce il visitatore a pensare che quegli occhi osservano “oltre” l’immagine reale. Sono scene avvolte nel fascino di un racconto antico, che non passa mai di moda.
L’ultima opera della seconda stanza abitata da Simone Geraci è Punto di fuga, un lavoro di piccole dimensioni, elemento di condivisone anche con le altre due opere esposte, dove l’artista supera l’idea delle dimensioni dell’opera grazie sempre alla forza dello sguardo, capace di invitare chi osserva l’opera a continuare ad osservare oltre l’opera stessa. La donna raffigurata emerge dalla superficie inclinando ciò che del capo è visibile dando il senso di un punto di vista che continua, che va oltre, che supera i confini stessi dell’opera.
LE PAROLE DELLA SECONDA STANZA
Donna, ardesia, confine, elemento, pittura, tradizione, immagine, poetica, consapevolezza, disegno.
Tutto ciò fa parte della ricerca di Simone che unisce il percorso della tradizione di cui è padrone nei concetti e nelle tecniche, con il percorso di una modernità che supera le apparenze per raccontare sentimenti veri.
Simone a pieno titolo rappresenta l’arista contemporaneo pittore, che fa della ricerca, anche dei materiali, l’elemento dalla quale scandire i tempi di una nuova e sempre più forte immagine che sconfina in nuovi spazi reali e concettuali.
IL COLORE DELLA SECONDA STANZA
Tra il colore verde è il colore indaco risiede il colore della seconda stanza: l’azzurro.
Un colore presente anche nell’ardesia che ne cattura nella sua struttura rocciosa i riflessi nelle tonalità dei grigi. Il colore rappresenta nella ricerca di Simone un punto importante che caratterizza la sua produzione.
Le opere della seconda stanza virano verso questa tonalità custodita nell’ardesia, ma basta conoscere le altre opere per rendersi conto che la possibilità delle tonalità cromatiche vengono esplorate e rappresentano un punto di partenza fondamentale per alcuni dei cicli pittorici ma anche calcografici realizzati, che sono costruiti con altre soluzioni di colore.
LA PAROLA NON USATA DELLA SECONDA STANZA
Caos. È una parola assente dall’interpretazione visiva delle opere della seconda stanza, che esiste però nella concezione di una lettura concettuale delle opere da intendere come una continua ricerca di se. Tutto appare sospeso. L’ardesia diventa materia priva di movimento ma in attesa che qualcosa accada.
La pittura è compiuta, e velatura dopo velatura la scena conquista lo spazio che appare sospeso, reale ma leggero, presente e indefinito dove emergono i volti immaginati, ritrovati e sconosciuti, da Simone.
LE SETTE STANZE, a cura di Roberto Sottile
Un sogno lontano, che appare sulla superficie e scompare tra segni e velature monocrome. Uno sguardo sull’orizzonte dell’uomo, sulla sua “melanconia” che diventa meditazione, riflessione e ricerca di relazioni tra individui. Simone Geraci racconta di noi, attraverso una narrazione visiva di emozioni, che prendono forma nel significato più intimo di corpi nudi, dettagli, e sguardi, apparentemente effimeri, privi di ogni riferimenti ossessivi e leziosi, che hanno la capacità di trasportarci lontano, sospesi nel tempo, nella dimensione di un vuoto non greve, ma leggero e poetico che armonizza ogni lavoro. Figure che nascono anche da immagini di archivio, che vengono rielaborate visivamente come “modelli” a cui ispirarsi per costruire le pose da mettere in scena.
Una ricerca quella di Simone costruita con una attenzione particolare nei confronti delle materie e delle tecniche artistiche utilizzate, che costituiscono il filamento genetico cardine e attrattivo di tutto il registro narrativo della sua produzione. Un percorso al contrario, dove la struttura materica, la tecnica utilizzata, contribuisce a dare forma e “peso specifico” all’immagine. Le ragioni della pittura di Simone, appartengono alla (sua) necessità di comunicare, alla possibilità di scorgere nelle scene l’intimità svelata, dove ognuno di noi è realmente quello che è senza censure e morbosità, che la pittura di Simone non asseconda mai. Figure inermi sospese in paesaggi antropizzati, strutture geometriche e linee dello stesso colore monocromo che circondano tutta la scena, siano essi ritratti, oppure scene mitologiche e cicli di storie.
Lavori ad olio su ardesia, su carta, olio su tela, incisioni ad acquaforte su zinco, un ventaglio di materie e tecniche cosi differenti che vengono utilizzate dall’artista per raggiungere lo stesso obiettivo che si compie attraverso percorsi differenti. La monocromia dell’immagine il comune denominatore di ogni lavoro, che cattura ogni sguardo; ogni elemento utilizzato ne diventa il “reagente”, capace di scatenare sulla superficie la giusta risposta estetica e concettuale. Come l’ardesia che si contrappone alla pittura ad olio, alla monocromia delle figure, e diventa antagonista del racconto visivo. Sono immagini intrise di tensioni prospettiche e sensoriali che Simone costringe all’incontro e ne disciplina lo scontro. Come l’utilizzo della tecnica dell’acquaforte, tecnica incisoria indiretta, raffinata e di alta qualità che appartiene ad una tradizione artistica che ha avuto nei secoli passati fino all’età moderna e contemporanea importanti rappresentanti, che Simone utilizza per dar vita ad un segno e disegno concreto, capace di trattenere tra le variazioni cromatiche di ogni segno il fascino di una tradizione che viene reinterpretata senza turbamenti, conservando quei codici visivi che danno vita alla danza di figure presenti che vivono nel senso del “compiacimento” del segno e della variazione cromatica utilizzata che si manifesta e scompare.
Una pittura romantica, ma nello stesso tempo concreta. Presenza ed assenza, quasi come se Simone sia attratto dal fermare sulla superficie non più il momento immaginato vissuto, che diventa ricordo, ma quello passato inteso come suggestione, essenza stessa del ricordo, che appartiene ormai al silenzio e al fascino della memoria che conserva, restituisce e aggiunge dettagli che appartengono esclusivamente alla sfera del “sogno”, che viene svelato in dettagli, ritratti e figure, compiuti con devozione nei confronti della tecnica.
Osservazioni cromatiche, dove la pittura, gli inserti di ardesia, l’utilizzo delle carte e delle tecniche calcografiche sono connesse, un legame necessario da comprendere che svela il senso più profondo di questa ricerca, che Simone Geraci concepisce senza porsi domande o concedere ragioni e punti di riferimento a se stesso e allo spettatore. Utilizza le sue conoscenze, la sua creatività ed immaginazione poetica, in un dualismo di tecniche e materia che riesce a far convivere.
Basta osservare l’umanità nella sua caducità più intima, per scorgere la capacità del racconto, che è specchio della nostra società. Dove c’è il tempo del dramma e della commedia, della gioia e del dolore, della bellezza effimera e del vero sentimento. È l’eterna sfida delle contraddizioni, dei diversi punti di vista, che Simone “trascrive” con tecniche e materiali differenti, proteggendo i suoi racconti, le sue visioni, da agenti esterni che inducono a disertare il sogno, “immergendo” tutto nella suo mondo monocromatico.
Roberto Sottile
So much abstraction of thought in the pictorial-figurative path of Simone Geraci.
A combination that seems paradoxical but the balance of the two issues is the element that distinguishes all the work of the Palermo’s artist. Geraci's rooms of thought are inhabited by figures who consecrate it to life and matter. The monochrome is the multiplication that cancels spaces, as in the rule of canceling algebraic expressions.
Monochrome is zero and space, multiplied by monochrome, will always give monochrome. Substantial is, in my opinion, how Geraci dwells and analyzes the space element with a methodology that recalls that of "Pittura-Pittura"(Painting-Painting) which in the seventies was not considered fully by militant critics, committed to reviewing other movements who appeared more provocateurs and contestants than parallel cultural events. Geraci's conscious doing can be defined as experimental but not anarchist, tied to a tradition but not academic, a language that analyzes the prenatal state of painting. Quoting Pino Pinelli: It refers to an anxious state of painting, where accurate and obsessive analysis leads to new sounds. Obviously, citing this context, the paradox mentioned above is even more tangible since Pinelli, like all analytical artists, never included a figurative element in his research. Simone Geraci argues space with a resilient approach, the figurative element is called to find a location.
The figures react to a pictorial research that aims at the result of painting itself, the result of painting as such. As in Echos, works in oil on slate, the female figure in the foreground breaks into space, loading with it a possible dissociation between signifier and meaning.
Simone, therefore, stages the rooms of a monochrome thought through figurative evidence of being here and now - "Hic et Nunc".
Carla Ricevuto
Still (,) Life, IBeam Brooklyn , New York.
Nella società dello spettacolo, nel nostro mondo globalizzato e iperconnesso, in tempi di affannoso dinamismo digitale le immagini sopravanzano. Se però tutto è immagine corriamo il rischio di non distinguere più le differenze tra l’una e l’altra. Come sosteneva il filosofo Paul Virilio, «un eccesso di visione produce l’accecamento». L’ipervisione nell’arte ha prodotto il rigetto del realismo in pittura, prima in favore dell’astrazione e dell’informe, poi della totale rinuncia alla pittura stessa, nel tentativo di recuperare una certa oggettività del reale con la fotografia o con la concretezza dell’arte povera e delle installazioni. Tuttavia la pittura riemerge ciclicamente, alla ricerca di nuove forme di rappresentazione, tra iperrealismo o estremizzazione del visibile, molto spesso restituendo un’immagine aberrata o aberrante della realtà.
Nella dialettica tra rappresentabile e irrappresentabile, Simone Geraci segue una strada affatto personale, recuperando forme (il ritratto, il paesaggio) e tecniche (la pittura ad olio, l’incisione) della tradizione ma con modalità ed esiti decisamente attuali. I suoi cicli pittorici compongono un immaginario visuale che rappresenta allo stesso tempo un archivio della memoria collettiva e un allusivo album di racconti carichi di suggestioni e di pathos.
Figure femminili silenti, malinconiche e trasognate, riemergono come sopravvivenze del passato, Nachleben direbbe Warburg. Virate in rosso o in blu, queste immagini, sospese su uno sfondo irreale, talvolta un paesaggio nebuloso, si ispirano alle foto in bianco e nero degli anni venti-trenta (i titoli in tedesco inducono a collocarle in un contesto weimeriano). Ma Geraci non cerca un dialogo tra linguaggi diversi; la fotografia è solo un punto di partenza. Semmai, a ben guardare, affiorano consonanze con la pittura manierista, con i ritrattisti spagnoli e con una certa metafisica italiana, che l’artista “trasfigura” includendo nelle opere geometrie stranianti – cerchi, linee, impercettibili sbavature –, o lasciando a vivo il grigio supporto dell’ardesia.
Questa frastagliata composizione dell’opera scoraggia qualunque interpretazione univoca o realistica, accentuandone l’ambiguità e invitando a ricercare, negli intervalli bui, nelle pieghe del non mostrato, significati nascosti. L’osservatore crea, in tal modo, una personale narrazione dell’opera, ricavandola dalla propria memoria, per assonanze visive col proprio immaginario ed empatia emotiva. Le immagini di Geraci risultano in tal modo archetipiche, familiari e distanti allo stesso tempo, possono commuoverci e suscitare contemporaneamente una vaga sensazione di inquietudine, come l’Unheimlichkeit freudiano. Sono figure del perturbante, un po’ funeree – come le vanitas – e un po’ erotiche come gli scatti rubati in un boudoir.
Nell’«età del disgusto», come Jean Clair definisce una certa deriva dell’arte contemporanea, i ritratti di Geraci ci riconnettono ad alcuni elementi essenziali dell’immaginario, in termini formali e diegetici – e non è poco per una forma espressiva data più volte per spacciata.
Roberto Giambrone
SIMONE GERACI - ECHOS_a cura di Cristina Costanzo, Quam, Scicli (RG)_2019
Simone Geraci presenta alle Quam, in occasione della sua prima mostra personale promossa e ospitata dalla galleria di Scicli, importante per ampiezza e qualità, una selezione raffinatissima della sua produzione artistica più recente.
La mostra si sviluppa lungo un percorso espositivo che tiene conto di due componenti essenziali della ricerca dell’artista, l’armonico e il geometrico, in cui si concentra il potere evocativo e comunicativo della sua pittura. È presente in esposizione una triade di opere su ardesia, supporto caro a Geraci e materiale da lui indagato negli anni della formazione all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dedicati allo studio della pittura e della sua storia.
Wir del 2019, Die Träumerin del 2018 e Echos del 2017 sono emblematiche dell’interesse dell’artista per l’ardesia, in virtù delle connotazioni fisiche e cromatiche di questo materiale e della sua eccellente risposta alla pittura ad olio, capaci di offrire diversi livelli di lettura dei soggetti scelti.
Echos è un potente notturno del 2017, reso vibrante dal dialogo muto instauratosi tra la figura dormiente e il cielo che minaccioso incombe su di lei, enfatizzato dalla soluzione stessa del dittico che suggerisce la complementarietà e la trasversalità delle immagini; Die Träumerin del 2018, tra le opere più felici dell’artista, è un sensualissimo ritratto femminile dalla sottile velatura malinconica, summa di molti altri lavori di Geraci, derivante dal tema Der Traum, declinato in ritratti dallo sguardo sognante che sfuggono all’osservatore; Senza titolo del 2019 si basa sulla veicolazione di senso, apparentemente incongrua ma di ascendenza dichiaratamente romantica, che può innescarsi tra paesaggio interiore e paesaggio esteriore attraverso il ricorso simbolico al dettaglio di due mani e a un cielo appena rischiarato dalla luna. Già questo gruppo di opere consente di indagare un topos significativo per Geraci, quello del sogno che, esprimendosi nella materia, attraversa il tempo e lo spazio con inusitati slanci poetici che evocano la ben nota citazione de La tempesta di William Shakespeare, “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”.
Oltre a questa selezione di ardesie, la mostra ospita un nucleo cospicuo di opere ad olio su tela e di opere grafiche accomunate da una visione del tempo ferma e immutabile, cui corrisponde la scelta concettuale di un filtro monocromatico come campo d’interesse privilegiato. Questa prospettiva, rappresentata in catalogo dall’opera del 2016 Wir, si era evidenziata con efficacia già nel delinearsi di un periodo rosso dell’artista, iniziato nel 2014 e contrassegnato dalla scelta della lacca di garanza per la sua relazione con il materiale impiegato. Oggi, seguendo un percorso iniziato nel 2015, Geraci presenta gli esiti più recenti della sua riflessione sull’idea di filtro che imbriglia il rappresentato e lo sospende nel tempo. Questa visione abbraccia tutte le opere selezionate per la mostra, che assume così un’importanza fondamentale nel percorso di Geraci e offre al fruitore un’approfondita occasione di conoscenza della sua ricerca e un confronto serrato con le sue opere.
I riflessi lunari, fortemente evocativi, di questa produzione con predominanze di blu, che spesso vira verso i verdi ottani o turchesi, si affiancano al tema dell’apertura su porzioni (e sospensioni) spazio-temporali, date dall’inserimento, tanto scenografico quanto simbolico, di elementi “altri” che comprimono il dinamismo dell’immagine protagonista per elevarla al piano poetico dell’icona. Questi inserti sono sempre equilibrati e minimali ma si impongono come efficaci portatori di senso e di diversi livelli di lettura. Alla presenza di questi inserimenti che guardano alla compostezza della geometria - sono verticali nel ciclo Fall perché allusivi alla caduta, oppure, nel caso delle opere intitolate Echos, sferici per dare l’idea di uno spot che, illuminando, isola scenograficamente e quindi sospende - spetta il compito di riscattare il quotidiano dal pericolo della banalità.
Mai banali le opere di Geraci indagano un complesso campionario sentimentale che ci coinvolge tutti. È il caso di Das Wakuum del 2019, il vuoto appunto. Alla solidità della forma e della composizione dell’insieme non corrisponde la fermezza dell’anima della protagonista che, sola e a figura intera, campeggia sullo sfondo antinaturalistico imponendosi, con grande introspezione psicologica, come allegoria della personale ricerca dell’individuo. Indagine questa, cui l’artista non è estraneo come evidenziato dal forte valore enigmatico delle sue immagini, sodalizio silenzioso e teatrale di figura e paesaggio astratto. Das Geheimnis. Il segreto del 2019 prende le mosse da un evento contingente appena sfiorato dal titolo, movente narrativo che porta l’artista a raffigurare due donne che spingono il proprio sguardo oltre la dimensione di un orizzonte confinato. Emerge la scelta della dualità, vera o presunta, fisica o interiore, della figura a evidenziare come il tema del doppio sia costante nella ricerca di Geraci, che spesso per le sue opere ricorre al titolo Wir (noi) e predilige la soluzione del dittico.
Valore aggiunto della ricerca di Geraci è il porsi in una linea di continuità con importanti maestri del passato. Nella sua ricerca si registra, né viene dissimulata, un’originale citazione della tradizione pittorica, intesa come recupero di un certo saper fare, sviluppato in simbiosi con la conoscenza dei materiali e la consapevolezza della tradizione. La pittura, sottolinea lo stesso Geraci, “è fatta di pigmenti, di delicati equilibri materici, chimici e formali i quali a mio avviso necessitano quasi obbligatoriamente una conoscenza della storia della pittura”. È dunque possibile evidenziare un confronto con diversi autori, come Felice Casorati e Balthus passando per i Preraffaelliti e Joaquín Sorolla y Bastida, nei quali l’artista siciliano riscontra un perfetto connubio di tecnica e poesia.
L’uso consapevole delle tecniche della pittura e dell’incisione, che rendono particolarmente intensa l’esperienza estetica di Geraci, si coniuga alla reiterazione di tematiche predominanti come quella del femminile. Che si tratti del ciclo Fall, Echos, Der Traum o Die Träumerin, che sia soggetto protagonista con una minuziosa e poetica indagine pittorica del volto e in particolare dello sguardo femminile (Der Traum, 2019), fosse anche negato come quando, volgendosi di schiena, la figura mostra solo le spalle al fruitore (Echos, 2018, 2019) estraniandolo dal mondo a cui l’osservatore anela e dal quale è escluso, è la donna, nostalgica, sognante o trasognata (Fall, 2018, 2019; Die Träumerin, 2018) a dare origine all’opera. La donna, modella e musa dell’artista, vergine androgina e insieme femme fatale, esprime il desiderio in tutte le sue forme, dalla passione alla negazione, con citazioni più o meno esplicite alla linea sensuale dell’Art Nouveau. In certa produzione di Geraci a lei fanno spesso da contraltare, quale memento mori, teschi e bucrani come rimando alla Vanitas. A partire da un processo di selezione delle immagini che ricorre a vecchie riproduzioni fotografiche, frutto di lunghe ricerche, Geraci predilige soggetti, quasi nella loro totalità femminili, che abbiano una forte valenza emozionale capace di rimandare a canoni estetici legati al passato e suggerire l’idea del tempo che passa. Questo atteggiamento estetizzante, insieme alla devozione per la poesia e la bellezza, avvicina Geraci (Fall, 2019) ai Preraffaelliti e al mistico candore di Lawrence Alma-Tadema, in particolare, ad opere come A Favourite Custom del 1909, scena ambientata in un frigidarium.
Grazie alle pose classiche e alla gestualità enigmatica di figure misteriose che dominano la superficie pittorica come icone fuori dal tempo ma ricche di contenuti e di senso (da intendersi anche come sensualità), la pittura di Geraci ricompone le ansie dell’avanguardia nelle istanze del Novecento guardando con esiti originali a certo Realismo magico. I suoi volumi solidi, “evocativi e labili” secondo la definizione di Antonio Sarnari, accolgono profili evanescenti e di grande intensità. Nelle immagini oniriche e poetiche di Geraci tornano le atmosfere esplorate da Casorati in opere come Bambina che gioca su tappeto rosso del 1912 e Cynthia del 1924-25 così come la natura enigmatica e misteriosa delle donne, acerbe ed erotiche, di Balthus tra cui Thérèse rêvant del 1938.
Cruciale il rapporto con i classici anche nella tendenza alla monocromia, campo in cui spesso sono le stesse tinte a suggerire gli sviluppi futuri. Nello sguardo che Geraci rivolge al colore come grafia e rapsodia convergono infatti ricerche distanti che abbracciano il luminismo abbagliante delle Marine con figure di Sorolla y Bastida e la solidità cromatica raggiunta da Luigi Russolo in dipinti come Solidità della nebbia del 1912.
La definizione Echos, che si riferisce a una serie di lavori dell’artista, appare particolarmente efficace anche in relazione all’intero percorso espositivo che si propaga come eco silente e attraversa con equilibrata teatralità gli spazi della galleria.
Geraci, che preferisce la definizione di pittore a quello di artista, è fermamente convinto della condizione della pittura come lingua viva, non priva di risvolti narrativi, e come strumento espressivo ancora attuale e capace di grande fascinazione. Nel suo modus operandi è sempre presente, e traspare dalle sue dichiarazioni, il recupero della felicità del lavoro cui si accompagna la dimensione del valore dell’opera per l’opera. Per l’artista, che attribuisce all’opera un linguaggio che non è quello della parola, è di fondamentale importanza la fedeltà al principio secondo cui il messaggio dell’opera è l’immagine stessa e affidare, altresì, le sue immagini silenziose a una genuina e spontanea esperienza diretta di fruizione.
Cristina Costanzo
SIMONE GERACI - ECHOS_a cura di Cristina Costanzo, Quam, Scicli (RG)_2019.
"In un lavoro cosi metodico e tecnicamente maturo, sembrerebbe avere poco spazio la ricerca, la sperimentazione, la contaminazione. Ma prima ancora di un'opera Simone vede l'errore come opportunità di sperimentazione, come confronto con ciò che oggi è fuori dal suo progetto, m magari domani contaminerà il suo linguaggio" dice Antonio Sarnari.
L'errore è quindi, in questo specifico caso, la presa di coscienza da parte dell'artista di aver intrapreso un percorso sbagliato, e, allo stesso tempo, rappresenta lo stimolo necessario alla riflessione artistica.
"L'opera Erste (dal tedesco primo) ", ci dice l'artista, "è dedicata proprio a quell'attimo, al ripensamento su quanto già svolto".
Lo scartom il non finito, dopo l'iniziale insoddisfazione, rappresentano per Simone, quell'oscillazione di significato, la scintilla da cui far scaturire l'impulso ad un "nuovo" fare artistico.
Antonio Sarnari e Giovanna Batolo
OSCILLAZIONE DI SENSO_a cura di Antonio Sarnari e Giovanna Batolo, Quam, Scicli (RG)_2018
Un'idea di relazione, sul sentimento contrapposto tra due individui qui rappresentati dal groviglio generato dalle due mani. Le mani sembrano sfiorarsi, accarezzarsi ma la loro tensione suggerisce anche una divergenza e lotta fra le parti. Il dittico ripercorre lo sviluppo di un incontro, le tensioni generate e il suo epilogo. Un piano in cui un drappeggio disfatto diventa paesaggio, contenitore di due corpi di cui se ne respira solo la presenza appena passata.
Francesco Piazza
La risposta del'amore_a cura di Francesco Piazza, Ridotto del cinema De Seta, Palermo_2018
Kandinsky sosteneva che «l’inclinazione del blu all’approfondimento è così grande che proprio nelle tonalità più profonde diventa più intensa e acquista un effetto interiore più caratteristico. Quanto più il blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui la nostalgia della purezza e infine del sovrasensibile». Tali sensazioni sembrano riemergere in maniera potente dalle tele di Geraci, come se fosse presente un costante ossimoro tra il tangibile e l’effimero, tra il concreto e l’astratto, fino ad attutire la percezione dei corpi flessuosi e leggeri che si muovono in uno spazio quasi indefinito. Anche se i volti e le membra sembrano rafforzare l’omaggio alla superba pittura del passato (penso alle carnali e sognanti Figlie di Leucippo di Rubens, alla Danae di Rembrandt, alla Venere e Amore di Velasquez, alle Tre Grazie di Regnault, alla Marietta di Corot, all’Olimpia di Manet), il suo non è processo d’imitazione bensì di ricerca di una bellezza ideale «che sembra riassumere gli aspetti dell’aspirazione eterna dell’uomo ad un’armonia perfetta» .1 .
E,aggiungerei, all’Amore, costantemente teso tra dimensione Sacra e Profana, tra terreno e divino...
«Una causa evidente per cui molti non sentono il sentimento giusto della Bellezza è la mancanza di quella delicatezza dell’immaginazione che è necessaria per poter essere sensibili a quelle emozioni più sottili. Questa delicatezza ognuno pretende di averla, ognuno ne parla e vorrebbe regolare su di essa ogni tipo di gusto o sentimento» ma, solo gli artisti, andando oltre l’affermazione del filosofo Hume, sono in grado di averla. Essa nasce con l’atto creativo e sublima ogni tensione e meschinità contemporanea che potrebbe inficiare il processo della rivelazione nella tela. Umberto Eco scriveva che «l’esploratore del futuro non potrà più individuare l’ideale estetico diffuso dei mass media del XX secolo e oltre. Dovrà arrendersi di fronte all’orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all’assoluto e inarrestabile politeismo della Bellezza» .2 .
Certamente Simone Geraci appartiene ad una dimensione caleidoscopica della realtà, ma la sua Arte lo preserva dall’appiattimento e lo aiuta, tramite la ricerca e il rigore, a riflettere sulla pittura e a donare ad essa quel linguaggio universale in grado di parlare ‘delicatamente’ al cuore dell’essere umano, restituendo quel candore e quell’umiltà ormai perduti.
Aurelia Nicolosi
1. J.E. Relouge, Bodo Cichy, Il nudo attraverso i tempi, Edizioni I.T.O., Milano- Brescia, 1963, p.7.
2. Umberto Eco, Storia della Bellezza, Bompiani, Milano, 2010, p. 428.
SIMONE GERACI | FALL_a cura di Aurelia Nicolosi, Koart Unconventional Place, Catania.
Simone Geraci (Palermo, 1985) deriva la scelta della pittura a olio su ardesia da Sebastiano del Piombo, pittore veneto del XV secolo: l’artista siciliano mantiene la materia opaca e il colore nero della pietra arenaria in alcune sezioni senza intervenirvi pittoricamente. L’ardesia non costituisce un mero supporto, è significato non–finito al pari delle lacche e del disegno. Geraci dipinge un repertorio della tensione delle emozioni: campiture e velature di colore in successione originano figure androgine e fisionomie interrotte, la cui seducente flagranza è imbrigliata all’interno di paesaggi geometrici. Come all’interno di una camera oscura, il filtro monocromo e le molteplici tonalità di rosso esacerbano espressionisticamente la composizione, collocandola in un presente in formaldeide o in un passato eterno. In silenzio (Stille), sotto vuoto (Das Wakuum), a fermare l’andare a male (Rot) delle psicologie e dei corpi.
Giusi Affronti
PALERMO17_a cura di Giusi Affrotni, La Piana Arte Contemporanea, Palermo.
[...] Un campionario che fa il paio con le vanitas e i volti antichi e silenti di Simone Geraci, dove una quiete interiore dialoga con paesaggi foschi di ascendenza romantica, mentre linee geometriche tagliano e delimitano lo spazio denunciando l’artificio ed evitando l’anacronismo. L’uso del supporto di ardesia, spesso lasciato grezzo, e la scelta di “virare” in rosso o in grigio-azzurro le immagini, contribuiscono a derealizzarle, accostandole al linguaggio fotografico e imprimendovi una forte connotazione onirica. [...]
Roberto Giambrone
CAMERA DOPPIA_a cura di Virgina Glorioso, XXS Aperto al Contemporaneo, Palermo.
Se mi ponessero di fronte una tela di Caravaggio e una tela bucata e mi dicessero scegli: uno dei due è tuo, penso che non avrei alcuna esitazione, né mai alcun rimpianto o ripensamento, sceglierei ciò che immediatamente mi trasmette un’emozione: il Caravaggio.
Non si tratta di essere o meno conservatori, ma di accostarsi all’arte essendo convinti che essa, come la filosofia, serve alla vita, a riflettere sul suo significato, a chiarire ciò che non è chiaro, a penetrare i suoi segreti, a svelare pezzo dopo pezzo parti di verità. Come la filosofia, dunque, l’arte dovrebbe essere immediatamente comprensibile, intuitiva, accessibile anche a coloro che non possiedono gli strumenti “intellettuali” per “comprenderla”.
Così come l’arte anche la critica d’arte dovrebbe rendere più accessibile la visione dell’opera a coloro che non avendo i mezzi, cercano comunque di accostarsi alle opere attraverso una visione critica, magari partendo dalle parole di chi conosce di più.
Troppo spesso invece l’arte e il suo linguaggio divengono esoterici e criptici, gineprai inestricabili, che non fanno altro che allontanare la gente comune e avvicinare sempre di più un pubblico di soli specialisti, che per utilizzare un motto alleniano non fanno altro che “citarsi addosso”, addobbando il vuoto con belle parole. (Anche in questo però ci vuole arte). Simone Geraci non si cela dietro false parole o false aspettative, egli si racconta così com’è attraverso le proprie opere. Opere che si prestano - come tutte le opere d’arte- ad una lettura più immediata, quasi emozionale, e ad una più profonda e spirituale. Ciò che immediatamente si percepisce è una ricerca estetica ed estatica raffinata ed estenuante, che si manifesta attraverso l’uso sapiente delle tecniche pittoriche ed incisorie, che parte dalla preparazione della tela e si conclude con l’ultima pennellata.
Lo si vede, instancabile, disegnare su qualsiasi supporto, lasciare sulla carta o su una tavoletta il suo segno sicuro e pulito, a volte più vicino all’estetica barocca, altre volte a quella novecentesca. Geraci ha caricato sulle sue spalle anni e anni di storia dell’arte. Sembra quasi che egli voglia, nel breve volgere di alcuni decenni, ripercorrere le tappe fondamentali della storia dell’arte, conoscendone le tecniche e le poetiche, alla ricerca del bello ideale ed assoluto. Come uno scrittore che dice di non leggere altri scrittori, nemmeno i classici, per non essere influenzato, così molti artisti contemporanei, partono, nella loro ricerca, da quello che è stato fatto il giorno prima o quello prima ancora e dunque, tagliano una tela, senza comprendere cosa abbia portato al qual “concetto spaziale”. Geraci invece ricerca la verità attraverso tutte le varie fasi e le differenti tecniche delle arti, che egli sperimenta con successo. Cosa sarebbe Picasso senza il suo periodo rosa o il suo periodo azzurro? Sarebbe giunto al cubismo? Non ci è dato saperlo, perché ciò che percepiamo oggi è solo la grandezza della sua opera. Certamente però tutti i passaggi della sua evoluzione artistica risultano essenziali per il compimento della sua arte.
Si diceva che la ricerca condotta da Simone Geraci è un ricerca della verità e della bellezza ideale; tale bellezza però non è mai salvifica, essa piuttosto è specchio della condanna dello spirito umano a rimanere incatenato alla zavorra del corpo. I volti di donna, quasi sempre estatici - che affondano le proprie radici nella Santa Teresa berniniana e nell’art noveau- sono velati sempre da una profonda tristezza, a dimostrazione del fatto che quell’estasi è un momento fuggevole della vita e che l’anima, seppur esaltata, non lascia mai il corpo, destinato ad invecchiare, a diventare quasi putrido e marcescente fino a dissolversi dopo la morte e a permettere finalmente la salvezza. I teschi, i bucrani, le barocche vanitas, sempre presenti nell’opera di Geraci, rappresentano dunque l’unica presenza realmente salvifica, proprio perché liberi dalla carne, alleggeriti da ogni orpello, non soggetti ad alcun cambiamento ed in più monito per tutti coloro che le osservano. Questa “ripresa dell’antico” non è né frutto di una passione “antiquaria”, né retorico esercizio di stile, né espressione di un vuoto conservatorismo, ma ricerca costante del senso della vita, attraverso quelli che, nei secoli, sono stati i simboli di questa ricerca.
L’esistenza è, in Geraci, un heideggeriano “essere per la morte”, è un costante e angoscioso prender coscienza della propria finitudine – le vanitas appunto- che però ha un valore altamente positivo in quanto questo “essere per” e “vivere per” rende più autentiche le scelte e con esse la vita. Questa percezione della finitudine si estrinseca nell’opera di Geraci anche grazie all’escamotage tecnico del “non finito”, del “fondo pittorico”, vengono tracciate sul supporto preparato solo alcune pennellate, i bianchi e i neri, (forse anche queste frutto dell’amore per la grafica) cifra stilistica e poetica dell’incompiutezza di ogni azione umana, ma anche attesa fiduciosa del compimento. Nella sua “incompiutezza”, Geraci rivela tutta la fragilità dell’uomo, il suo essere in transito, il suo voler rimanere – ancora una volta- legato alla terra. Se non sono compiuto non sono pronto per abbandonare tutto. Allo stesso tempo ci rivela che siamo fatti sono di luci e di ombre, senza quasi sfumature, colori puri, non mescolati. In questi colori sta anche la grandezza della tecnica pittorica di Geraci, che come i maestri, esprime pienamente se stesso già solo attraverso l’idea di ciò che intende rappresentare, essendo questo il momento fondamentale della creazione artistica, e tralasciando volutamente tutto ciò che viene dopo, in un distacco dalla propria opera che non è mai presa di distanza, ma urgenza del daimon.
Daniele Anselmo
Der Traum_Simone Geraci, Torri del vento edizioni, 2015, Palermo.
1. L’Altrove (Serie di ardesie).
L’essere è sempre inattuale. L’esserci un’illusione, imprigionata nelle segrete di uno sguardo condannato a una visione retrospettiva. È il nostro essere impastati di pensiero, di rappresentazione a renderci ostaggi, senza possibilità di riscatto, di un onnipresente Altrove. È l’abisso della memoria a tenerci avvinti. Memoria cosciente, rimmemorabile, palestra del ricordo, e memoria senza nome né volto, il nostro lato oscuro, profondo, inattingibile, eppure nostro oceano, liquido di galleggiamento per l’instabile e fragile barca della coscienza. Un’oscurità onnipresente, fatta di quel che non si vede e di quel che non c’è più, ma che ci è midollo, è dentro di noi e, al tempo stesso, in un irraggiungibile Altrove. Siamo e non siamo. Intuiamo, a volte, questo stato di orfana duplicità, il nostro essere figli di un buio che ci è padre ma si nasconde occultandoci a noi stessi. Ci è impedito, però, di vederlo riflesso nel vivere proprio, in quella metafora del mondo che chiamiamo Io. Abbiamo bisogno dello specchio Altrui. Per metterlo in scena dobbiamo accoppiare, in un vertiginoso e orrido amplesso, l’Io e il Tu, sciogliendoci nel gesto di rendere la rappresentazione realtà. Nell’azione sublimante e alienante del rappresentare l’Altro, l’altrui volto sia questo vero o solo immaginato, il nostro buio interiore riflesso nel suo, nel mistero che egli o ella è per noi, appare invece il volto dell’assenza, il lato oscuro, sostanza di ciò che siamo.
Come barche nere, dai fianchi catramati, conquistano allora la superficie i nostri occhi, indizio dell’abisso, per un istante eterno, immortalante, disincagliati dal fondo livido di quel che è e non è, che è presente e assente, dilagante attualità e remoto altrove. Il loro fiammeggiare è come una pietra d’ardesia che ospiti la messa in scena di un sogno, nient’altro che l’allucinazione della vita. Sogno, appunto, il territorio dell’Altrove. Dove siamo coscienti quando non lo siamo, dove tutto vive su uno sfondo grigio, indefinito, materia prima di forme improbabili, di tempi rovesciati, di spazi scippati dei loro confini usuali.
Sostanze sognate sono i paesaggi dei nostri pensieri. Momenti di vita solo immaginata, che curvano il presente, l’agire, la materia attuale, con la forza ineffabile della loro pervasiva assenza. Le figure dipinte sull’ardesia da Simone sono perciò restituite alla verità dell’esperienza. Semplicemente. L’oscurità dalla quale balza la forma è il luogo distante verso il quale puntano quello, quell’altro o questo loro occhio i suoi finti viventi. Essi sembrano dirci che la vita è altrove e lì sono le sue radici, le cifre di un presente che è inestricabilmente enigmatico. Un presente che tesse inesausto l’inganno della sua evidenza, del suo essere qua, ma che è invece solo segno di un prima, di un dopo, di un di là. Segno e perciò sogno. Eppure sogno dunque segno, emulazione di una realtà che solo all’occhio del pittore, del rappresentatore, rivela al sua inconsistenza materiale, in suo essere intreccio fittissimo di altri segni, e quindi di sogni che rinviano a altri se stessi, in un vortice che si autosostiene in un cosmo colmo dell’indicibile. Lo stesso cosmo, la stessa densa e cieca profondità dalla quale misteriosamente germoglia l’adesso, per poi svanire, inghiottito tra i drappi della memoria di una donna, di uomo e, nello specchio di ciascuno di essi, della specie, del tempo, dell’origine.
«Noi siamo impastati di ciò che manca» sembra far dire Simone ai suoi attori d’ardesia, emersi anch’essi sulla superficie porosa e tremula di una pietra sognante, metafora della nostra insuperabile incertezza circa il nostro esistere.
«Tu mi vedi dunque sono» recita un’ottimista adagio filosofico. Gli esseri, le creature di pietra, tracciate sull’oscurità d’ardesia da Simone parlano però un’altra lingua, dicono un’altra verità. «Mi vedi e dai corpo a ciò che non sono, quest’essenza vitrea, spettrale che racconta anche di te, del vuoto che ti partorisce»: è questa l’altro, l’unico vero mistero narrato con parole d’eco da queste realizzazioni. Esse dicono che l’inferenza «…dunque sono» è una conclusione impossibile. La riduzione dell’essere umano a una realtà, a una certezza, è nient’altro che un altro sogno, e quella certezza soltanto qualcosa che può esistere alle nostre spalle, impossibile da toccare nel presente, nell’ora. La certezza è sempre e comunque solo un ricordo. Questo il suo statuto. Così gli occhi di queste figure puntati verso l’altrove, e perciò sabotatori del presente, sembrano incarnare la voce di Platone, il suo urlo più potente dei secoli e pacificamente rassegnato al carattere onirico della realtà, dell’eternità delle forme. Esse sono eterne ed eternamente reali forse proprio perché sono parto del sogno. Anzi, è il nostro riconoscerle come tali a donare a esse eternità. Prima di esse tutto e niente, uno spazio senza spessore e senza tempo, dove ogni cosa avviene e si scioglie, evaporando in mutevoli connotazioni, prima ancora di aver acquisito la sua forma. Se l’unica realtà è solo quella che possiamo ricordare, se l’unica forma autotrasparente è quella rimembrata, allora la realtà vera, non mitologica, il modo d’essere delle cose, è sogno, e senza requie è il ritmo immisurabile del suo esistere.
«Ricordati che non ci sei, e adempi questo tuo compito ogni volta che mi guardi, e che ti vedi, ti senti pensante riflesso nel mio sguardo fittizio». Ecco il monito di queste figure. Il monito che l’autore infligge a se stesso nel tracciarle sulla pietra, come a voler rendere duro e durevole il non esserci che evoca e al quale dà forma. E come ogni monito arriva, per urgenza emotiva, a trasformarsi in parola, in sguardo comunicativo, illocutorio, diretto, cogente, di quelli che fanno palpitare il «tu» che siamo e diventiamo quando qualcuno lo rivolge a noi, i soggetti. Regalando fuoco a questo sguardo, quindi, alla fine, Simone si tradisce? Si contraddice? Non resiste a inscenare, come una sorta di lieto fine, la consolazione illusoria del presente, del percepirsi cosa, realtà, sotto il fuoco delle pupille altrui. Sì, forse sì, ma con un coerente pentimento. Si legga, tra queste ardesie, Stille. Lì il sogno/segno non è più immagine, riferimento a un altrove visto con gli occhi della mente, ma controcampo del silenzio, dell’ammutolimento. «Cosa vuoi dirmi, tu che mi fai esistere?» verrebbe da chiedere alla donna dagli occhi traboccanti di un latteo nero corvino. Estremo atto di sincerità, l’assenza esiziale della bocca, dice senza parlare l’estrema verità: «ti dico quel che non è dicibile, il non-presente, l’assenza che sei!». Atroce rivelazione, insostenibile, teatralizzata, quasi per pietà, da Stille 2: immagine di una donna in posa funerea, che con il suo rifiuto di guardarci e di dirci, da sotto il suo nero copricapo, fissa ciò che non è più. È tragica la visione che ci regala il pittore e che culmina, quasi dialetticamente nell’apoteosi della gioia incarnata dai teschi, simulacri della vanità.
Simone forse non sa di saperlo o fa finta di non saperlo. Fa credere, a chi guarda la metafora ossea della vanità, che il mondo reale non c’è, che è una contingenza vaporosa, implacabilmente separata dall’Io, dal nostro sapere di noi, a causa del guado della morte. Eppure egli dona alle cavità oculari dei crani la stessa capacità di farsi protesi, protensioni verso al vita. Si osservi bene. Il primo teschio è rivolto anch’esso a un Altrove. Un Altrove preciso, non vago come l’assenza della vita che questa volta si appalesa già da sé come assente, e che anzi dell’assenza fa una sua onnilaterale verità, qualcosa di certo, accaduto. Ciò nonostante, il teschio continua miracolosamente a fissare qualcosa, come se la barricata tra sé e la vita non esistesse; come se il fissare l’Altrove cancellasse la morte, facendo dell’assenza, di quello che non è più qui, l’unico ed eterno presente. Il teschio, però, non può essere altro che uno specchio. Esso non guarda e non può guardare. Siamo noi a essere sospinti a vedervi la vita, a coglierla nonostante l’assenza o, piuttosto, a identificarla finalmente con quel che non c’è. Simone inscena un trucco, una trappola, per costringere il lettore del quadro ad assaporare la sostanza di quel che non c’è. Ed eccone la conferma, in Vanitas 2. Il teschio è recluso oltre una grata, la muraglia del presente. Eppure nel suo non essere qui, nell’essere posto esso stesso in un Altrove ridondante rispetto a quel che già è di per sé, il teschio ritrova e indica la radice della vita. Nel suo occhio, nell’abissale orrido del suo occhio, sembra leggersi una figura, che sembra quasi quella di una bambina, o di una vecchia, o di un anziano… cosa importa? Certificati, imposti, sia l’assenza sia il non essere, ecco che l’essere stesso ricompare, dilaga, germogliando in figura d’infanzia. La grata luccicante si rivela solo come l’inizio di una galleria prospettica, di una fuga di segni/sogni, unica vertiginosa sostanza della realtà.
2. L’Inaudito – Serie di incisioni.
Dall’assenza narrata per sguardi e atteggiamenti, inscenata come quel che non essendo siamo, Simone sposta e trasfigura il suo vedere proiettato sulla nostra ambigua esistenza nel non detto, nell’indicibile, nell’omesso, nel rifiutato, nell’inudibile, inaudibile e inaudito. Ipostasi corporea di tutto ciò è l’essere vivente sorpreso nell’atto di tacere. Così, la serie delle incisioni mostra personaggi muti, imbavagliati da una cortina di silenzio autoimposto o, comunque, coestensivo al loro modo di apparire.
Il “Cerchio” invita (quasi costringe) l’osservatore a focalizzare lo sguardo su un volto di donna dagli occhi non solo resi inespressivi ma velati, così da farli apparire di pietra, immoti, “già stati”. La loro inpenetrabilità sembra coincidere con un’altera rinuncia alla vita. È solo un gioco strategico, però. La spenta ottusità dello sguardo serve a dirottare l’attenzione sulla bocca, quasi in attesa di un contrappeso, di un equilibrio dialettico, capace di ridare vita alla figura, di farle dire qualcosa. Ed è un dire forte. È l’unico dire consentito a due labbra serrate. Il silenzio, un silenzio voluto. Sta tutta qui la sincerità, la trasparenza del personaggio, come degli altri che seguono nella serie. Il silenzio è sincero perché evoca e sospinge a tuffarsi nell’inaudito, nell’informe, nell’indefinito, nel vuoto. Nella realtà.
Nella loro apparente negatività i personaggi di queste incisioni sono salvifici. Lo è persino la ragazza dallo studiato atteggiamento di sfida, quasi perfido ritratta in “Incisione 1”. Occhio indifferente, quasi insensibile agli stimoli della luce, della vita, al limite del disprezzo, affetto da una sorta di sopore che sa quasi di morte apparente. È tuttavia un contraltare, un controindizio, subito bilanciato e smentito da un labbro inarcato, deciso, intransigentemente chiuso in un silenzio dichiarato, promesso, inattraversabile. Una negazione incarnata, si direbbe. Ancora una volta, è però un negare trasparente; un dire «non dico», perché tutto quello che so, che c’è, giace già dietro le mie spalle, anche di là dal muro contro il quale si staglia la mia ombra. Io stessa sono un’ombra della mia ombra, e il muro è il sipario della mia apparenza. Il non dicibile deve rimanere inaudibile, perché è inaudito; è quel che non puoi sapere, tu che mi guardi, ma che sai meglio di ogni altra cosa perché ne sei fatto. È un mistero chiarissimo, evidente, che ci ostiniamo disperatamente a ignorare, ubriacati da quel che è, solo perché crediamo sia tale. Tutti noi, io che sono finzione, che non sono una ragazza (come mi farebbe dire Magritte) e tu che non sei altro che figura, rappresentazione di te stesso a te stesso e agli altri Io.
È così che si vola in groppa a Ronzinante, alla sua morte, annunciata con ritardo perché già avvenuta. Uno scarto temporale testimoniato dall’ossificazione dell’amico fedele di Quijote, dalla sua consistenza ormai ridotta a cranio, condannata a un silenzio fatto materia, storia. Eppure questo Ronzinante morto parla più del Ronzinante vivo, che a eccezione di qualche nitrito tace, pacificamente accompagnando l’infinito dire e immaginare di Quijote, il suo inesausto battagliare e vagare nella terra di mezzo tra sogno e realtà avventurosamente battuta dal cavaliere errante. E se i sogni di Alonso Quijano si dimostrano alla fine degni di una realtà e di una interna coerenza più forte dal mondo reale è solo per decretare la morte del suo eroico Alter Ego, il suo abdicare all’azione, il suo spegnersi in una pace distaccata, benevola nei confronti dell’umanità e dei suoi destini. Dove, però, Quijote può morire, e non può far altro se non morire, Ronzinante c’è già stato da vivente grazie al suo tacere, al suo rimanere sempre lì, accanto al padrone. Ecco perché il suo cranio, di fronte a un taciturno, ammutolito Quijote, è testimonianza di ciò che la vita è sempre stata, simbolo materiale della sua inaudita sostanza. Il silenzio triste di Quijote è forse presentimento della propria stessa morte ma anche presenza, attualità del suo essere vissuto per l’immortalità. La ricompensa per il suo coraggio nell’avventurarsi dentro il sogno, per aver creduto che è tutto solo una credenza, e aver scelto la più bella, germoglio di vuoto.
La bocca appena socchiusa è il tratto identificante di una figura quasi orrifica. Sembra un orco il protagonista di “Respiro”. Finalmente una bocca schiusa, commenterà il lettore/spettatore dell’immagine. Una bocca che dice o può dire, che non si barrica nel silenzio. È una bocca che s’incornicia però in un volto scuro, lumeggiato da due orbite simili a comete in un cosmo cupo. Qui gli occhi sono vivi e lo è anche la bocca. Eppure respirando non si può parlare. Come in musica, quel respiro sembra un’interruzione indispensabile a dare senso alla frase, appunto un fraseggio nel flusso dell’esistenza, indispensabile a farne balenare il senso. Un luogo simile a un limbo, dove tutto è ambiguo, tutto può essere. Ancora una volta l’inaudito che si fa spazio nella mente di chi guarda, affermandosi come unica, profonda realtà. Un inaudito che è anche presagio di trasfigurazione, resa immanente da un’anamorfosi iscritta nella figura dell’uomo. Basterà ridurne la grandezza, focalizzando l’asse prospettico sulla destra, anziché sulla destra, per vedere apparire il volto di una sorta di befana, orrida ma dagli occhi dolcissimi, anche lei con la bocca socchiusa, quasi pronta a dire qualcosa prima che irresistibilmente la forma maschile prenda ancora una volta il sopravvento. (Non so se l’anamorfosi sia voluta da Simone. Quando non fosse così, sarebbe ancora più importante, decisiva, perché rivelatrice di ciò la sua mano sa oltre la sua stessa coscienza). Il respiro dell’orco è la pausa, l’ambiguo, quasi ermafrodito, icona antonomastica dell’indistinto, di ciò che è prima della forma, del reale, ma che ne è fucina prima che abbia inizio l’inizio. Ancora una reminiscenza platonica (Timeo), ancora l’eterna realtà del sogno dove tutto è possibile, dove tutto è segno di qualcosa che non c’è. Esattamente come la nostra vita di esseri ostaggi del pensiero.
Chiude la serie di incisioni un altro “Sogno”, l’ultimo, nutrito di silenzio e iscritto in una sorta di topografia del corpo di una donna. Un essere femminile che gira il volto, mostrando un profilo che dice ed è negazione totale, segnalata senza pietà da un labbro sfuggente, nascosto, rinserrato in una incomunicabilità gemellata a quella delle palpebre chiuse, inclinate insieme all’intera testa verso il basso. Indica il buio, la fine… che è solo apparenza. Perché lì dove tutto tace, sgorga la voce del vuoto, una luce rigenerata in un altro sito del corpo, nel petto, dove arde evocando ancora una volta un inaudito, forse insperato, Altrove. Che c’è, germoglio di vuoto. perato, Altrove. Che c’è, germoglio di vuoto.
Mario Ricca
Der Traum_Simone Geraci, Torri del vento edizioni, 2015, Palermo.
[...] Simone Geraci dipinge volumi solidi, evocativi e labili, inscrivendoli in confini certi e dominanti. [...]
Antonio Sarnari
REALISMO INFORMALE_a cura di Antonio Sarnari, Quam, Scicli (RG).
[...] Al sogno si rivolge lo sguardo spezzato del palermitano Simone Geraci che possiede il dono della sintesi suprema, dedicandosi all'essere e non all'apparire della figura, la quale è immersa in uno spazio della memoria da cui osserva la vita: Der Traum, quel sogno che facilita e rende più fluida l'essente. [...]
Antonio D'Amico
ORIENTATI A GUARDAR LE STELLE_a cura di Antonio D'Amico, Arionte Arte Contemporanea, Catania.