Se mi ponessero di fronte una tela di Caravaggio e una tela bucata e mi dicessero scegli: uno dei due è tuo, penso che non avrei alcuna esitazione, né mai alcun rimpianto o ripensamento, sceglierei ciò che immediatamente mi trasmette un’emozione: il Caravaggio.
Non si tratta di essere o meno conservatori, ma di accostarsi all’arte essendo convinti che essa, come la filosofia, serve alla vita, a riflettere sul suo significato, a chiarire ciò che non è chiaro, a penetrare i suoi segreti, a svelare pezzo dopo pezzo parti di verità. Come la filosofia, dunque, l’arte dovrebbe essere immediatamente comprensibile, intuitiva, accessibile anche a coloro che non possiedono gli strumenti “intellettuali” per “comprenderla”.
Così come l’arte anche la critica d’arte dovrebbe rendere più accessibile la visione dell’opera a coloro che non avendo i mezzi, cercano comunque di accostarsi alle opere attraverso una visione critica, magari partendo dalle parole di chi conosce di più.
Troppo spesso invece l’arte e il suo linguaggio divengono esoterici e criptici, gineprai inestricabili, che non fanno altro che allontanare la gente comune e avvicinare sempre di più un pubblico di soli specialisti, che per utilizzare un motto alleniano non fanno altro che “citarsi addosso”, addobbando il vuoto con belle parole. (Anche in questo però ci vuole arte). Simone Geraci non si cela dietro false parole o false aspettative, egli si racconta così com’è attraverso le proprie opere. Opere che si prestano - come tutte le opere d’arte- ad una lettura più immediata, quasi emozionale, e ad una più profonda e spirituale. Ciò che immediatamente si percepisce è una ricerca estetica ed estatica raffinata ed estenuante, che si manifesta attraverso l’uso sapiente delle tecniche pittoriche ed incisorie, che parte dalla preparazione della tela e si conclude con l’ultima pennellata.
Lo si vede, instancabile, disegnare su qualsiasi supporto, lasciare sulla carta o su una tavoletta il suo segno sicuro e pulito, a volte più vicino all’estetica barocca, altre volte a quella novecentesca. Geraci ha caricato sulle sue spalle anni e anni di storia dell’arte. Sembra quasi che egli voglia, nel breve volgere di alcuni decenni, ripercorrere le tappe fondamentali della storia dell’arte, conoscendone le tecniche e le poetiche, alla ricerca del bello ideale ed assoluto. Come uno scrittore che dice di non leggere altri scrittori, nemmeno i classici, per non essere influenzato, così molti artisti contemporanei, partono, nella loro ricerca, da quello che è stato fatto il giorno prima o quello prima ancora e dunque, tagliano una tela, senza comprendere cosa abbia portato al qual “concetto spaziale”. Geraci invece ricerca la verità attraverso tutte le varie fasi e le differenti tecniche delle arti, che egli sperimenta con successo. Cosa sarebbe Picasso senza il suo periodo rosa o il suo periodo azzurro? Sarebbe giunto al cubismo? Non ci è dato saperlo, perché ciò che percepiamo oggi è solo la grandezza della sua opera. Certamente però tutti i passaggi della sua evoluzione artistica risultano essenziali per il compimento della sua arte.
Si diceva che la ricerca condotta da Simone Geraci è un ricerca della verità e della bellezza ideale; tale bellezza però non è mai salvifica, essa piuttosto è specchio della condanna dello spirito umano a rimanere incatenato alla zavorra del corpo. I volti di donna, quasi sempre estatici - che affondano le proprie radici nella Santa Teresa berniniana e nell’art noveau- sono velati sempre da una profonda tristezza, a dimostrazione del fatto che quell’estasi è un momento fuggevole della vita e che l’anima, seppur esaltata, non lascia mai il corpo, destinato ad invecchiare, a diventare quasi putrido e marcescente fino a dissolversi dopo la morte e a permettere finalmente la salvezza. I teschi, i bucrani, le barocche vanitas, sempre presenti nell’opera di Geraci, rappresentano dunque l’unica presenza realmente salvifica, proprio perché liberi dalla carne, alleggeriti da ogni orpello, non soggetti ad alcun cambiamento ed in più monito per tutti coloro che le osservano. Questa “ripresa dell’antico” non è né frutto di una passione “antiquaria”, né retorico esercizio di stile, né espressione di un vuoto conservatorismo, ma ricerca costante del senso della vita, attraverso quelli che, nei secoli, sono stati i simboli di questa ricerca.
L’esistenza è, in Geraci, un heideggeriano “essere per la morte”, è un costante e angoscioso prender coscienza della propria finitudine – le vanitas appunto- che però ha un valore altamente positivo in quanto questo “essere per” e “vivere per” rende più autentiche le scelte e con esse la vita. Questa percezione della finitudine si estrinseca nell’opera di Geraci anche grazie all’escamotage tecnico del “non finito”, del “fondo pittorico”, vengono tracciate sul supporto preparato solo alcune pennellate, i bianchi e i neri, (forse anche queste frutto dell’amore per la grafica) cifra stilistica e poetica dell’incompiutezza di ogni azione umana, ma anche attesa fiduciosa del compimento. Nella sua “incompiutezza”, Geraci rivela tutta la fragilità dell’uomo, il suo essere in transito, il suo voler rimanere – ancora una volta- legato alla terra. Se non sono compiuto non sono pronto per abbandonare tutto. Allo stesso tempo ci rivela che siamo fatti sono di luci e di ombre, senza quasi sfumature, colori puri, non mescolati. In questi colori sta anche la grandezza della tecnica pittorica di Geraci, che come i maestri, esprime pienamente se stesso già solo attraverso l’idea di ciò che intende rappresentare, essendo questo il momento fondamentale della creazione artistica, e tralasciando volutamente tutto ciò che viene dopo, in un distacco dalla propria opera che non è mai presa di distanza, ma urgenza del daimon.

Daniele Anselmo

Der Traum_Simone Geraci, Torri del vento edizioni, 2015, Palermo.


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