Scelta coraggiosa ma non insolita quella di Simone Geraci: dipingere il BLU e in BLU non è un’operazione semplice e immediata e vanta una lunga tradizione in cui tale colore, nelle sue molteplici gradazioni, è stato scelto da grandi artisti per realizzare dei capolavori: Giotto e Van Gogh per i loro cieli, Hokusai per la sua onda, gli impressionisti per le ombre, Cezanne per le sue bagnanti, Picasso per i suoi soggetti tormentati, Mirò per le sue astrazioni, Klein per le sue performance e per la sua opera totale. Persino nelle Cattedrali Gotiche, come quella di Chartres, il BLU diventa, grazie alla luce, protagonista indiscusso delle vetrate, rendendole uniche da secoli nel loro genere.

Kandinsky sosteneva che «l’inclinazione del blu all’approfondimento è così grande che proprio nelle tonalità più profonde diventa più intensa e acquista un effetto interiore più caratteristico. Quanto più il blu è profondo, tanto più fortemente richiama l’uomo verso l’infinito, suscita in lui la nostalgia della purezza e infine del sovrasensibile». Tali sensazioni sembrano riemergere in maniera potente dalle tele di Geraci, come se fosse presente un costante ossimoro tra il tangibile e l’effimero, tra il concreto e l’astratto, fino ad attutire la percezione dei corpi flessuosi e leggeri che si muovono in uno spazio quasi indefinito. Anche se i volti e le membra sembrano rafforzare l’omaggio alla superba pittura del passato (penso alle carnali e sognanti Figlie di Leucippo di Rubens, alla Danae di Rembrandt, alla Venere e Amore di Velasquez, alle Tre Grazie di Regnault, alla Marietta di Corot, all’Olimpia di Manet), il suo non è processo d’imitazione bensì di ricerca di una bellezza ideale «che sembra riassumere gli aspetti dell’aspirazione eterna dell’uomo ad un’armonia perfetta» .1 .
E,aggiungerei, all’Amore, costantemente teso tra dimensione Sacra e Profana, tra terreno e divino...

«Una causa evidente per cui molti non sentono il sentimento giusto della Bellezza è la mancanza di quella delicatezza dell’immaginazione che è necessaria per poter essere sensibili a quelle emozioni più sottili. Questa delicatezza ognuno pretende di averla, ognuno ne parla e vorrebbe regolare su di essa ogni tipo di gusto o sentimento» ma, solo gli artisti, andando oltre l’affermazione del filosofo Hume, sono in grado di averla. Essa nasce con l’atto creativo e sublima ogni tensione e meschinità contemporanea che potrebbe inficiare il processo della rivelazione nella tela. Umberto Eco scriveva che «l’esploratore del futuro non potrà più individuare l’ideale estetico diffuso dei mass media del XX secolo e oltre. Dovrà arrendersi di fronte all’orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all’assoluto e inarrestabile politeismo della Bellezza» .2 .
Certamente Simone Geraci appartiene ad una dimensione caleidoscopica della realtà, ma la sua Arte lo preserva dall’appiattimento e lo aiuta, tramite la ricerca e il rigore, a riflettere sulla pittura e a donare ad essa quel linguaggio universale in grado di parlare ‘delicatamente’ al cuore dell’essere umano, restituendo quel candore e quell’umiltà ormai perduti.

Aurelia Nicolosi


1. J.E. Relouge, Bodo Cichy, Il nudo attraverso i tempi, Edizioni I.T.O., Milano- Brescia, 1963, p.7.
2. Umberto Eco, Storia della Bellezza, Bompiani, Milano, 2010, p. 428.


SIMONE GERACI | FALL_a cura di Aurelia Nicolosi, Koart Unconventional Place, Catania.


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